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Le origini del Borgo sembra siano antichissime,
forse celtiche, tuttavia non esistono, a tutt’oggi, indagini storiche
che possano avvalorare quest'affermazione, sospesa tra la verità e la
leggenda. Probabilmente l'abitato sorse sull'antica strada che
partendo da Quadrata, nei pressi di Chivasso, giungeva sino ad
Eporedia, l'odierna Ivrea. Purtroppo, anche riguardo a tempi meno
remoti, gran parte della documentazione storica relativa alle vicende
del comune è andata perduta. Inoltre, molto del materiale contenuto
nell'Archivio Storico Comunale attende di essere esaminato, in modo da
poter approfondire e ampliare le poche notizie edile sulla storia del
paese. Tra queste, di Rondissone parla A. Bertolotti che, nelle sue
"Passeggiate nel Canavese", offre una breve descrizione del comune
nella seconda metà
dell’ Ottocento e
qualche informazione sul suo passato.
Nel 1164 Rondissone
(o Rondizene o Rondezone come si legge in un documento del 1203)
veniva donato dall'Imperatore Federico I° Barbarossa al Marchese del
Monferrato.
Nel sec. XIII
il comune costituiva un feudo minore di proprietà della Chiesa
d'Ivrea.
In seguito passò sotto la giurisdizione dei Conti
di Valperga, Signori di Mazzè e nel 1355 l'Imperatore Carlo IV di
Boemia lo riconfermava ai Marchesi del Monferrato.
Nell'ambito delle
contese tra la casa Sabauda e i Marchesi Monferrini, a seguito di una
precisa accusa mossa dalla nobiltà canavesana ai feudatari di
Rondissone .di aver dato più volte passaggio a certi offensoribus che
andavano nelle terre dei S.Martino, nel 1388 un arbitrato riconfermò
Rondissone tra i possedimenti del Marchese Teodoro di Monferrato.
Verso la metà del XV
secolo i Conti Catalano
e Antonio Valperga ricevevano dai Signori del Monferrato l'investitura
del Comune, col divieto di promuovere “....1'esecuzione delle
scomuniche e censure in odio agli uomini di Rondissone.
Nel 1533 il comune prestava omaggio e la fedeltà
al legato Cesareo ed aveva conferma di Statuti e privilegi. Risale a
questo secolo la costruzione del castello o, più precisamente, della
fortezza di forma quadrata che si stagliava nella parte più alta del
paese.
Tale costruzione,
tuttavia, non costituiva la dimora dei Signori del luogo ma,
probabilmente, venne eretto a scopi difensivi e per immagazzinare
merci e provviste alimentari.
L'ultimo proprietario, secondo quanto asserito
dal Bertolotti, fu il Marchese Alfieri di Sostegno.
Del fortilizio non rimane che un'arcata, posta
all'ingresso di una stretta via che attraversa il rione denominato
"Castello".
Sempre da Bertolotti apprendiamo che "Nel 1481
era pievano di Rondissone D.Milano di S.Giorgio, cui deve essere
successo D. Gais, che nel 1517 cedeva la cura a Giulio Barberis di San
Giorgio Canavese., l'ebbe dopo D. Rostagni che la rassegnò nel 1534 a
D. Antonio di Pocapaglia.
Agli inizi del XVII
secolo, morto Francesco Gonzaga, Duca di Mantova e Monferrato (1612),
l’ambizioso Carlo Emanuele I° di Savoia occupò i territori monferrini,
impossessandosi di Rondissone e della gran parte dei comuni della
zona.
Nel 1616 i consoli
Vincenzo Quaranta, Antonio Angioni e i consiglieri Antonio Salino,
Alberto Bosio, Pietro Boggio e Bartolomeo Rubato prestarono giuramento
di fedeltà ai Savoia.
Nonostante lo Stato Sabaudo riconsegnasse, dopo
alcuni anni, l'agognato territorio a Ferdinando Gonzaga, fratello del
defunto Francesco, non fu l'ultimo tentativo di conquista.
Nel corso della Guerra
dei Trent’anni (1618/1648),
Carlo Emanuele I° nel 1627 si schierò a fianco degli Spagnoli e degli
Imperiali contro il candidato francese alla successione nel
Monferrato, Gonzaga Nevers.
Nello stesso anno, dopo l'occupazione francese
di Saluzzo e Pinerolo, iniziò la guerra di Casale che si concluse con
l'armistizio di Cherasco (1631).
I1 Monferrato venne
assegnato ai Gonzaga Nevers (ritornerà ai Savoia nel 1713, con il
trattato di Utrecht), ma alcuni comuni, tra i quali Rondissone, furono
aggiudicati a Vittorio Amedeo I°, successore di Carlo Emanuele di
Savoia.
Tra il 1759 e il 1763
venne edificata la nuova Chiesa parrocchiale, consacrata ai Santi
Vincenzo ed Anastasio; in stile barocco, su disegno dell'ingegnere
Bruschetti, "non priva d'eleganza.." ha ".. gli altari muniti di
balaustrate marmoree" sul piazzale dinnanzi alla Chiesa, a fine
Ottocento, si ergeva ".. un'alta croce votiva, posta in tempo delle
nostre ultime battaglie".
Di tale croce non
esiste più traccia e non è possibile stabilire sino a quando continuò
a rimanere sulla piazza antistante la Chiesa; probabilmente, nello
stesso punto venne eretto, dopo la Il Guerra Mondiale, il Monumento ai
Caduti, opera del Betta.
Sempre nel corso del
700 si costruì la
Cappella della Beata Vergine delle Grazie.
Ancora oggi conserva molti ex voto, donati dalla
popolazione per grazie ricevute. interessante è il suo campanile di
forma triangolare, tra i pochi esempi in Italia.
Altrettanto antica doveva essere la Chiesa di S.
Domenica, situata all'incrocio tra via C. Battisti e via G. Mazzini e
demolita intorno alla metà degli anni cinquanta del Novecento.
La giurisdizione dei Savoia sul territorio di
Rondissone continuò per tutto il '700; interrottasi col volgere del
secolo per l'occupazione napoleonica, riprese dopo il Congresso di
Vienna (1815) con il restaurato Regno di Sardegna. Lo testimoniano
l’ultimo cenno storico del Bertolotti, in riferimento ai fatti legati
ai moti insurrezionali in Italia contro i regimi usciti dalla
Restaurazione (1820/1824) e un manifesto della Regia Camera dei Conti,
datato l818.
Questo riguarda le nuove tariffe e "il
regolamento per l'esercizio del pedaggio stabilito sul ponte della
Dora Baltea presso Rondissone", mentre il Bertolotti cita l'ordine che
Carlo Felice diede a Carlo Alberto nel 1821 di recarsi a Novara
"...venne egli a Rondissone, ordinando l'artiglieria di ivi
raggiungerlo, come fece".
Nel corso del XIX
secolo Rondissone
continuava a basare la propria economia sull'agricoltura, come la
maggioranza dei piccoli centri piemontesi.
Verso fine secolo
il Comune "fa parte del mandamento, collegio elettorale ed officio di
posta di Chivasso e della Diocesi di Torino'.
La campagna veniva descritta come ". assai
fertile.. "- in particolare per l'abbondanza di acque sorgive utili
all'irrigazione- dove si producevano frumento, granoturco, segale,
fieno.
Nonostante la presenza di altre attività, quali
quelle legate a due fornaci, oppure all' artigianato o al commercio,
la popolazione (che nel 1878 contava quasi 2000 anime) era per la gran
parte ". .applicata all’agricoltura'.
Cosi descrive Rondissone il Presidente della
Commissione Censuaria, in una relazione del gennaio 1890: " La
superficie totale del territorio è di ettari 913,8316, l'indole del
clima è molto variabile.., le piogge e le nevi abbondanti eccettuati
i mesi di luglio e agosto in cui quasi sempre si soffre la
siccità,...le brine sono abbondantissime e rovinano i raccolti in
primavera...
Parte del territorio, verso mattina, viene
talvolta inondato dalle acque delta Dora Baltea.
Metà dei terreni arativi si seminano a frumento
e segala, t'altra metà si coltiva a prato e granoturco.
La maggior parte dei terreni si coltiva dai
proprietari stessi e la restante si da in affitto ed a mezzadria.
La manodopera in agricoltura è scarsa...
Le case coloniche sono composte di stanze quasi
tutte al piano terreno con stalle e tettoie attigue e piccoli cortili.
La proprietà è molto divisa, la media dei poderi non arriva a 38 are.
I boschi hanno poca importanza.. .non sono
utilizzati a pascolo...". Il documento evidenzia come lo sfruttamento
della campagna - 831 ettari produttivi su circa 914 ettari di
superficie - non si discosta per tipologia della principali colture da
quello del circondano della pianura torinese.
Poco importante la presenza dei pascoli, anche
se, visto il consumo di fieno, non è da escludersi la presenza di
bestiame, non è chiaro, ne risulta dal documento, se da cane, da latte
o da lavoro.
La qualità dei prodotti viene descritta come
abbastanza scadente, se si esclude il granoturco; essi, comunque, non
si vendono fuori dal paese, ma sono consumati dalla comunità locale.
Quindi economia basata sull'autoconsumo per una
comunità formata da piccoli e piccolissimi proprietari che coltivano
direttamente i propri fondi:pochi i beni ceduti a mezzadria o in
affitto, ad eccezione di quelli comunali o della “Congregazione di
Carità” questa realtà, piuttosto statica, con una scarsa presenza di
braccianti (il cui compenso giornaliero era in quell'anno di 2 lire),
si aggiungevano i periodi di siccità e le inondazioni.
Un quadro di profonda arretratezza economica e
sociale, non disgiunto da quella grave recessione agricola abbattutasi
sulle campagne nazionali ad iniziare dalla metà degli anni Settanta
dell'Ottocento.
Una profonda crisi che si rileva, per esempio,
dall'analisi dei dati demografici registrati nella Rondissone
dell'ultimo ventennio del secolo.
Ad una natalità che continuava a rimanere molto
alta, si contrapponeva un'alta mortalità: nel 1881 (su una popolazione
cresciuta sino a 2180 abitanti) si registra un tasso di natalità del
32,5 per mille ed un tasso di mortalità del 30,73 per mille, agli
stessi dati si evince come gli anni 'neri' si co11ochino tra il 1883
e il 1885, quando il tasso di mortalità supera quello di natalità, con
cifre mai più toccate in seguito. Sono le conseguenze della devastante
epidemia di colera abbattutasi nella zona nel 1884, Rondissone passa
da un saldo biologico di 29 unità nel 1884 a - 7 nel 1885.
Le fonti esaminate non permettono di stabilire
con precisione quali possano essere state, oltre al colera, eventuali
altre cause di recrudescenza della mortalità in quell'arco di tempo.
Un mancato raccolto - dovuto, per esempio, ad una
o più grandinate, calamità frequente nella nostra zona - lo
straripamento di un fiume erano eventi di per se sufficienti a gettare
sul lastrico buona parte della comunità e renderla più debole ed
aggredibile dalle malattie.
Oltre che per fattori legati al clima le cifre
dei decessi potevano puntare verso l’alto soprattutto a causa delle
malattie epidemiche, una vera falcidie specie per i bambini in tenera
età.
Se superare i rischi del parto costituiva un
primo passo importante nell'esistenza di chi nasceva contadino,
altrettanto lo era raggiungere i primi cinque anni di vita. Malaria,
tubercolosi, pellagra, febbri tifoidee, difterite erano solo alcune
delle malattie che potevano, in quell'epoca, ridurre drasticamente nel
numero intere famiglie.
Nel 1884
a Rondissone una relazione della commissione comunale di sanità porta
il Consiglio a decidere la chiusura delle scuole per un epidemia di
difterite.
Nell'agosto del 1886 un
verbale di seduta del consiglio attesta la morte per colerina di un
contadino di 25 anni: allo scopo di arrestare per quanto possibile
tale morbo...." si delibera" . . . di far procedere alla disinfezione
della casa, del mobilio e lingeria della famiglia del defunto e di
mettere questa in osservazione, di far eseguire una minuta e rigorosa
visita in tutti i pubblici esercizi, alle stalle, alle corti del
paese, ordinando la maggior nettezza possibile.
Nel complesso era la povertà il comun
denominatore di questi individui; che si trattasse di fittavoli,
mezzadri, piccoli proprietari il tenore di vita era pressappoco lo
stesso. Sulla tavola dei rondissonesi, come su quelle di molte
famiglie contadine della Regione, il pane, quasi mai di grano, regnava
sovrano, oppure la polenta, raramente accompagnata dalla carne e poi
le patate, i minestroni di riso e legumi, che riempivano lo stomaco e
riscaldavano specie in inverno. Alimenti come la carne il latte, la
frutta o la verdura non si mangiavano che nelle feste "grandi" o erano
riservati ai malati.
Per la gran parte dei lavoratori condizioni di
igiene precaria,legate per lo più alla fatiscenza delle abitazioni e
alla mancanza di istruzione.
Nell’insieme la situazione che emerge mostra come
Rondissone, agli albori del Novecento, non si discostava dalle
caratteristiche tipiche delle realtà rurali piemontesi dell’epoca.
Un'economia agricola
prevalentemente di autoconsumo, con una polverizzazione della
proprietà e un limitato mercato di scambi; caratteristiche
demografiche che riprendono, nella sostanza, il modello di alta
natalità e alta mortalità; una scarsa mobilità territoriale, scalfita
solo parzialmente da fenomeni migratori; una massiccia presenza del
lavoro contadino nei settori professionali.
Non bisogna dimenticare che, parallelamente ai
gravi effetti della 'grande depressione" gli anni Ottanta del XIX
secolo, rappresentano per l'Italia e per il Piemonte l'inizio del
"decollo industriale".
Tuttavia, non sembra che gli effetti della
"modernizzazione" abbiano concorso a mutare il panorama e l'assetto
sociale del nostro Comune, sono interessanti, a questo proposito, i
risultati di un'indagine svolta sul registro delle domande di
passaporto, richieste dai rondissonesi tra il 1900 e il 1915.
Dall'esame del documento, le professioni sembrano
riflettere ancora la composizione riscontrata nell'ultimo ventennio
del secolo precedente Infatti, sia per i maschi sia per le femmine, i
mestieri legati all' agricoltura (braccianti e contadini) contano le
percentuali maggiori, seguiti da quelli dell' artigianato; pochissimi
tra i richiedenti si definivano operai oppure indicavano una
professione inerente l'industria.
Pur con tutte le limitazioni attinenti a questo
tipo particolare d'indagine, per Rondissone sembra che il '900 si apra
senza grosse novità ne dal punto di vista economico ne da quello
sociale.
Nel nostro secolo la vocazione agricola del paese
muterà abbastanza lentamente; sarà soltanto con il secondo dopoguerra,
in particolare negli anni '60 e '70, con l'immigrazione prima dal
nord-est e poi dal sud Italia che Rondissone assisterà ad una decisiva
svolta economica, sociale e anche urbanistica.
Elsa Capella
BIBLIOGRAFIA
A.Bertolotti, Passeggiate nel Canavese
Tipografia della Gazzetta di Torino,
1878, ristampa anastatica Bottega di Erasmo, (TO)
1965
E.Capella, Tra la Dora Baltea e il Po, Verolengo,
Rondissone, Casalborgone e San
Sebastiano Po, uomini - lavoro e solidarietà tra
il 1880 e il 1900.
Tesi di Laurea, Facoltà di Lettere, Torino, Anno
Acc. 1994-95
rigini assai lontane; la loro nascita, infatti, risale all’epoca
medievale.
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